Cortile di una vecchia cascina in pietra con fienile e attrezzi arrugginiti, erba alta e luce grigia
AL TRENTAROERO · LANGHE

Storia · il contesto

Storia e tradizioni delle Langhe e del Roero: com’è nato il paesaggio

Quello che si vede oggi ha meno di un secolo nella forma attuale, e la povertà lo ha disegnato più della ricchezza.

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La storia delle Langhe e del Roero comincia sott'acqua. Queste colline sono fondali marini sollevati, e la differenza fra le due sponde del Tanaro è già scritta in quel momento: sul lato delle Langhe si depositarono marne compatte, sul lato del Roero sabbie più recenti e sciolte.

Da lì discende tutto ciò che si vede oggi. Le marne trattengono l'acqua e reggono pendenze regolari, adatte a filari continui; le sabbie franano e si incidono, creando le rocche, i canyon verticali che nel Roero interrompono la campagna e rendono impossibile una viticoltura uniforme.

Il fiume ha poi fatto la sua parte, cambiando corso in epoca storica e separando definitivamente i due sistemi. È il motivo per cui a venti minuti di distanza si producono vini che non si somigliano.

Secoli di confine

I castelli non sono decorazione: erano infrastruttura militare.

Nel medioevo queste colline furono zona di attrito fra i marchesati, i comuni e più tardi i Savoia. La densità di castelli e torri, con siti a vista d'occhio l'uno dall'altro, è la traccia più visibile di quel periodo: un sistema di segnalazione e controllo prima ancora che un insieme di residenze.

Con l'affermarsi del dominio sabaudo la funzione cambia. Alcune fortificazioni vengono trasformate in dimore di corte, come accade a Govone, dove un impianto medievale diventa nel Settecento una residenza di villeggiatura con sale affrescate e parco all'italiana.

Altre restano com'erano e oggi hanno un valore documentario maggiore proprio per questo. Un castello mai ristrutturato racconta l'architettura difensiva meglio di uno reso confortevole tre secoli dopo.

Vecchia porta di cantina ricavata in un banco di sabbia, arco in mattoni e assi di legno

Le feste patronali restano il calendario che i paesi seguono davvero.

Si concentrano fra la tarda primavera e l'estate, sono annunciate localmente e hanno poca eco fuori zona. Non sono costruite per i visitatori, ed è esattamente questo che le rende l'occasione migliore per vedere il territorio senza filtro.

Chi capita in un paese durante la sua sagra scopre una versione del posto che nessuna manifestazione turistica riproduce.

Mani di una persona anziana che pota una vite in inverno con le forbici, tralci spogli e luce fredda
Stendardo di una processione di paese e strumenti di banda appoggiati a un muro durante una pausa

La povertà che ha disegnato le colline

Fino agli anni Cinquanta si emigrava da qui.

Il paesaggio ordinato che oggi si fotografa è il risultato di un'economia che per secoli è stata di sussistenza. La mezzadria imponeva colture promiscue, con vite, grano e alberi da frutto sullo stesso appezzamento, e la specializzazione viticola che oggi sembra naturale è arrivata tardi.

Fino alla metà del Novecento queste erano zone povere, con forte emigrazione verso Torino, la Francia e le Americhe. I ciabot isolati fra i filari, le cascine abbandonate sui versanti meno esposti e i paesi con più case che abitanti sono la traccia materiale di quello spopolamento.

La svolta è recente e si concentra negli ultimi decenni del secolo, quando alcuni produttori cominciano a lavorare sulla qualità invece che sulla quantità e i vini del territorio si affermano sui mercati internazionali. L'iscrizione nella lista UNESCO del 2014 arriva alla fine di quel percorso, non all'inizio.

È utile saperlo camminando fra i vigneti: quello che sembra un ordine antico è in larga parte una costruzione contemporanea, e le persone che l'hanno vista cambiare sono ancora qui.

Le tradizioni ancora vive

Lingua, feste e il ciclo del lavoro.

Il piemontese resta lingua d'uso fra le generazioni più anziane e sopravvive nei nomi dei luoghi e nel vocabolario tecnico del vino, dove molti termini non hanno un equivalente italiano preciso. Chi ascolta una conversazione fra produttori in cantina se ne accorge subito.

Il calendario vero dei paesi è ancora quello delle feste patronali e delle sagre, che si concentrano fra la tarda primavera e l'estate e non sono costruite per i visitatori. Sono anche l'occasione migliore per vedere il territorio senza filtro.

Il ciclo del lavoro, infine, detta ancora i ritmi. Potatura in inverno, legature in primavera, vendemmia fra fine agosto e ottobre inoltrato: sono le settimane in cui le cantine chiudono al pubblico, e capirne il motivo rende più semplice accettarlo.

Da dove viene tutto il resto

Due fondali marini, un fiume in mezzo

ROERO — SPONDA SINISTRA LANGHE — SPONDA DESTRA TANARO sabbie marine · rocche verticali · boschi marne compatte · pendenze regolari · filari continui

Le sabbie del Roero franano e si incidono: da lì le rocche, i calanchi verticali che interrompono la campagna e rendono impossibile una viticoltura uniforme. Il bosco occupa quello che la vite non può tenere.

Le marne delle Langhe trattengono l'acqua e reggono pendenze regolari. È il motivo per cui su quella sponda il filare arriva fino al crinale senza interruzioni, e per cui il nebbiolo da lungo invecchiamento è nato lì e non qui.

Come si è formato questo paesaggio

Cinque momenti, ciascuno ancora visibile in qualcosa che si incontra guidando.

Milioni di anni fa

Il fondale marino

Marne compatte sul lato delle Langhe, sabbie più recenti e sciolte sul lato del Roero. È la differenza che decide pendenze, colture e vini, e che il fiume ha poi reso definitiva cambiando corso in epoca storica.

Medioevo

Una zona di confine

Marchesati, comuni e più tardi i Savoia si contendono queste colline. La densità di castelli e torri, con siti a vista d’occhio l’uno dall’altro, è un sistema di segnalazione prima che un insieme di residenze.

Settecento

Da fortezze a dimore

Con il consolidarsi del dominio sabaudo alcune fortificazioni diventano case di corte: Govone è l’esempio più leggibile, con sale affrescate e parco all’italiana su un impianto medievale.

Ottocento · primo Novecento

La mezzadria e l’emigrazione

Colture promiscue sullo stesso appezzamento, economia di sussistenza e forte emigrazione verso Torino, la Francia e le Americhe. I ciabot isolati fra i filari e le cascine abbandonate sui versanti peggiori vengono da qui.

Dagli anni Sessanta a oggi

La specializzazione e il riconoscimento

Alcuni produttori puntano sulla qualità invece che sulla quantità e i vini si affermano sui mercati internazionali. L’iscrizione UNESCO del 2014 arriva alla fine di quel percorso, non all’inizio: l’ordine che si fotografa oggi ha meno di un secolo.

Quello che sembra un ordine antico ha meno di un secolo

E chi lo ha visto cambiare è ancora qui

Domande frequenti

Perché Langhe, Roero e Monferrato sono patrimonio UNESCO?

Sono iscritti dal 2014 come paesaggio culturale, cioè per il rapporto fra viticoltura, insediamenti e architetture del vino costruito nei secoli. Non è un riconoscimento a un monumento ma a un sistema territoriale ancora in uso.

Che cos’è un ciabot?

La piccola costruzione in mattoni o pietra che si vede isolata in mezzo ai vigneti. Serviva da ricovero per gli attrezzi e da riparo durante i temporali, quando la vigna era lontana dalla casa e ci si passava l’intera giornata.

Che lingua si parlava e si parla qui?

Il piemontese, nelle sue varianti locali, è stato la lingua d’uso quotidiano fino a metà Novecento e resta viva fra le generazioni più anziane e nella toponomastica. Molti termini del vino e dell’agricoltura sono piemontesi e non hanno un equivalente italiano preciso.

Da quando questo territorio è diventato una destinazione turistica?

Il cambiamento è recente, concentrato negli ultimi decenni del Novecento e accelerato dopo il riconoscimento UNESCO. Fino agli anni Cinquanta l’area era povera e soggetta a forte emigrazione: la trasformazione è il risultato del successo dei vini, non di una vocazione antica.